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Raffaello Bucci, ultrà ed informatore dei servizi

 
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Inviato: Lun Ott 23, 2017 4:54 pm    Oggetto: Ads

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ars72



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MessaggioInviato: Mar Mag 02, 2017 3:01 pm    Oggetto: Raffaello Bucci, ultrà ed informatore dei servizi Rispondi citando

Raffaello Bucci, l’ex ultrà bianconero diventato collaboratore della Juve e morto nel luglio scorso dopo essersi gettato da un viadotto a Fossano, era anche un confidente dei servizi segreti. Un dipendente dell’Agenzia informazioni e sicurezza esterna due giorni dopo il suicidio lo ha detto ai pm torinesi Monica Abbatecola e Paolo Toso.
La vicenda di Bucci (e di Dino Mocciola) si intreccia con la storia della Juve e della ‘ndrangheta. Scrive oggi Repubblica in un articolo a firma di Jacopo Ricca che il dipendente dell’AISE ai magistrati ha detto: «Avevo un rapporto fiduciario con lui, stante il mio impegno in Aise, dal 2010 al giugno 2015, anche se mantenne i miei recapiti». Bucci il 6 luglio era stato sentito dai pm che indagavano sui rapporti tra tifosi e criminalità organizzata, interessata al business del bagarinaggio. I pm gli chiesero dei suoi contatti con Rocco Dominello, considerato l’elemento di raccordo tra pericolosi capi ultrà come Dino Mocciola, leader dei Drughi, e la ‘ndrangheta. Quel colloquio sconvolse Bucci, come raccontato dai suoi colleghi della Juve e come ammesso dalla “spia” che, in quei giorni, era stato contattato dall’ex ultrà preoccupato per l’inchiesta.
Il dipendente, il cui nome è omesso e sostituito con quello di Gestore, aveva il compito di trovare collaboratori e gestirli. Anche tra gli ultras: «Avevamo un rapporto senza intermediari per l’infiltrazione di frange eversive e di estrema destra nelle curve — spiega la “spia” ai pm — Lui mi raccontò cose da cui nel 2013 nacque un appunto trasmesso ai carabinieri sul gruppo “Gobbi”, su cui c’era un’interesse degli Ursini (storica famiglia ‘ndranghetista di Torino ndr)».
Per questo Bucci, che di ‘ndrangheta non parlo con la Juventus quando fu ingaggiato per occuparsi dei rapporti tra società e tifo, non fece nemmeno all’agente segreto la questione Dominello: «Quando Bucci mi raccontò dei Gobbi non mi parlò di Dominello — racconta ancora “Gestore” — Fui io a collegare tale notizia a Rocco, sapendo da altri atti interni all’Agenzia che la famiglia era vicina alla Juventus». L’Aise sapeva, insomma, già nel 2013 del progetto criminale sgominato dai magistrati solo nel luglio 2016.
E proprio il 7 luglio, il giorno della morte di Bucci, ci fu un improvviso black-out del servizio di intercettazione della procura di Torino, che stava ascoltando le chiamate dell’uomo, elemento fondamentale per l’indagine secondo gli investigatori della squadra Mobile di Torino.

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Gli affari con i biglietti e i guadagni nascosti in Puglia. Il rapporto con gli ultrà e con presunti esponenti della ‘ndrangheta. La costante mediazione con la dirigenza bianconera e un rapporto di collaborazione - ovviamente informale - con la Digos e i servizi segreti. Poi, quell’audizione in procura del 6 luglio scorso e poche ore dopo la morte: «caduto» giù da un viadotto a Fossano. Il mistero sulla scomparsa di Raffaello Bucci, collaboratore della Juve ed ex ultrà dei Drughi alle dipendenze del leader Dino Mocciola, se risolto, potrebbe contribuire a fare luce sull’intera inchiesta sfociata nel processo Alto Piemonte, in corso a Torino, sulle infiltrazioni della criminalità organizzata calabrese nella curva della Juve.
Uno strano suicidio
Perché la morte di Bucci, etichettata come «suicidio», resta un enigma comunque legato ad alcune dinamiche e rapporti che sono al centro di questa indagine. La premessa è che «Ciccio» non aveva affatto intenzione di morire, prima di quell’audizione. Lo hanno confermato, nei mesi scorsi, i suoi familiari e amici, rendendo deposizioni alla Squadra mobile. L’ipotesi che qualcuno lo abbia ammazzato, o lo abbia indotto a farla finita, resta in piedi. Per capire come mai quello che poteva essere l’uomo chiave dell’indagine - quello che sapeva molte cose, se non tutte, del bagarinaggio, dei soldi gestiti in curva e dei criminali che vi gravitavano - oggi non c’è più, si possono soltanto elencare alcuni fatti, ancora non risolti. E unirli alle informazioni rese agli inquirenti dai testimoni che conoscevano bene Bucci. A volte, in quest’operazione, separare i fatti dalle suggestioni è molto difficile. La circostanza, per esempio, che la mattina del 7 luglio, per poche ore, quelle che precedettero la «caduta» giù dal ponte, il server della procura usato per le intercettazioni subì un black out, tanto che nessuno ha mai saputo quali furono le ultime telefonate di Bucci, è un fatto casuale o ha rilevanza? Nessuno lo saprà mai.
La collaborazione con i servizi
Anche il fatto che «Ciccio» collaborasse con servizi e Digos, non è, di per sé, qualcosa di anomalo, nel mondo del calcio e delle curve. Spesso intelligence e polizia ottengono informazioni da personaggi inseriti nelle curve o in contesti vicini alla criminalità. Però, di solito, questi informatori non muoiono. Quello che è certo, e che emerge dalla testimonianze di chi conosceva bene l’ex collaboratore della Juve, sono invece due fatti. Il primo è che Bucci faceva soldi, in modo illecito, con i biglietti, così come altri personaggi. E questo è il cuore dell’indagine che vede iscritti per il reato di 416 bis Saverio e Rocco Dominello, padre e figlio, quest’ultimo leader dei Drughi di Montanaro, oltre che Fabio Germani. Saverio Dominello stesso, che ha ammesso in udienza preliminare di essere stato ‘ndranghetista, aveva ammesso la sussistenza di affari in curva e di aver protetto, con la forza del suo nome da boss, il figlio da conflitti. Il frutto delle «creste» di Bucci veniva probabilmente convogliato a San Severo, paese d’origine. Il secondo fatto assodato è che «Ciccio» aveva a che fare con personaggi pericolosi, tra cui uomini vicini alle ‘ndrine. Lo confermano una relazione della Digos, agli atti dell’indagine, in cui viene spiegato molto bene come, quasi da sempre, la ‘ndrangheta abbia gestito conflitti interni alle tifoserie per ottenere la pace sociale interna alla curva, pace a sua volta finalizzata agli ingenti guadagni ottenuti con la compravendita dei biglietti. E lo confermano vari testimoni dell’indagine, tra cui un collaboratore dei servizi che sostiene che Bucci sarebbe stato consapevole del fatto che la ‘ndrangheta avrebbe cercato di infiltrarsi nel gruppo ultrà dei Gobbi già dal 2013. E che ci sarebbe stato l’interessamento direttamente da parte della famiglia Ursini, molto nota per il calibro criminale.
La ‘ndrangheta
Forse, i «soggetti pericolosi della ‘ndrangheta» e i membri della curva che facevano soldi coi biglietti in questa storia sono la stessa cosa. La testimonianza di una persona importante, molto vicina a Bucci, riportava, dopo la sua morte: «Lo hanno ucciso quelli della vecchia gestione della curva, che ce l’avevano con lui». Lo stesso Ciccio, trafelato, angosciato, dopo essere stato sentito a lungo in procura il sei luglio scorso, a un amico diceva: «Mi sono fidato della persona sbagliata». E ancora, tra agitazione e panico aggiungeva di aver sbagliato, di aver sgarrato, e di aver tradito la fiducia di persone che credevano in lui. Cosa ha scoperto Bucci durante quell’interrogatorio? Che qualche manovra illecita da lui commessa era stata scoperta? E di chi aveva così paura? Un inquirente che ha lavorato al caso sostiene: «Bucci si è ammazzato per proteggere il figlio. Sapeva che o moriva lui, o che glielo uccidevano, per punirlo». Punirlo per cosa, un ammanco di denaro? Sui biglietti e il bagarinaggio, Bucci dopo l’audizione aveva confidato all’amico: «Sono un coglione, ho detto troppo». Ciccio, comunque, era un uomo buono, a detta di tutti. Un uomo intelligente, molto abile, che non si lasciava spaventare facilmente, come da un interrogatorio in procura. Una donna, R.I, sentita lo scorso agosto dalla mobile, diceva di aver sentito a tavola con alcuni boss calabresi: «Lo hanno ucciso. Lo hanno accompagnato in tre su quel ponte, uno guidava. Un mafioso ha pagato gli operai (che hanno reso testimonianza alle forze dell’ordine, ndr), per dire il falso, che Bucci era solo». La sua tesi è stata accantonata, giudicata non credibile. Ma non è l’unica testimone che ipotizza l’omicidio. E poi c’è il mistero dell’auto. Quando Bucci «cade» giù dal ponte, poche ore dopo aver detto alla ex moglie, la sera precedente al telefono, «sono un uomo morto», la stradale fa un elenco degli oggetti rinvenuti nella vettura. Mancano il rosario e il suo borsello personale, che forse contiene anche le chiavi di casa di un alloggio «segreto» che la Ciccio aveva a Torino. Questi oggetti ricompaiono solo alcuni giorni dopo, quando vengono riconsegnati alla ex compagna al funerale. In una telefonata intercettata, una teste dice: «C’è un pezzo di sopracciglio e sangue sugli occhiali di Ciccio. Qualcuno lo ha picchiato di morire». È vero? Chi c’era su quel ponte oltre a lui?


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Juventus, i servizi segreti: Bucci era un nostro infiltrato

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