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Inviato: Lun Lug 24, 2017 8:45 am    Oggetto: Ads

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Billy the Kid



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MessaggioInviato: Mer Lug 20, 2016 3:07 pm    Oggetto: Rispondi citando


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di Luciano Capone

Roma. Gira tutto attorno all’intercettazione: l’informazione, la politica, la giustizia, la reputazione delle persone. L’intercettazione aggiunge e toglie, ma non restituisce mai, anche dopo un’assoluzione, perché sempre macchia. Così proprio in questi giorni gli stessi quotidiani che nelle prime pagine descrivono una nuova cricca sulla base delle intercettazioni delle procure, verso pagina 20 raccontano la storia di Ilaria Capua, la ricercatrice e deputata appena prosciolta dopo oltre due anni di fango mediatico-giudiziario. Perché funziona così: con la pubblicazione delle intercettazioni scatta immediatamente la condanna (basta essere solo citati) e dopo il proscioglimento resta il mascariamento, al massimo tutto si dissolve nell’oblio, oppure, se va proprio bene, dallo status di colpevole in attesa di giudizio si passa a quello di vittima. Nel mezzo, la presunzione di innocenza del cittadino e un minimo sindacale di garantismo non esistono. E’ ciò che è successo a Ilaria Capua, scagionata da infamanti accuse oltre dieci anni dopo l’inizio delle indagini e due anni dopo la copertina dell’Espresso che l’ha inchioda nel ruolo di untrice: “Trafficanti di virus” era il titolo del settimanale che anticipava il contenuto dell’“inchiesta top secret della procura di Roma sul traffico internazionale di virus, scambiati da ricercatori senza scrupoli” e “pronti ad accumulare soldi e fama grazie alla paura delle epidemie”. La firma è quella pesante di Lirio Abbate, pluridecorato giornalista antimafia, che svela il contenuto dell’indagine del procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo e rivela a una quarantina di persone, tra cui la Capua, di essere accusati di associazione per delinquere, corruzione, ricettazione e diffusione di epidemia, un reato punibile con l’ergastolo. La virologa, scriveva Abbate, era una “trafficante di virus” che operava all’interno di un “business delle epidemie” che seguiva una “cinica strategia commerciale”. In pratica anche a Ilaria Capua stava bene la definizione che il pm Diego Marmo realizzò su misura di Enzo Tortora nel 1984: “Cinico mercante di morte”. Le prove? Tutte nelle intercettazioni.

Non viene il dubbio che Ilaria Capua, virologa conosciuta a livello mondiale per aver scoperto la sequenza genetica di un ceppo dell’aviaria, vincitrice di riconoscimenti e premi internazionali per le sue ricerche, non c’entri nulla o quantomeno possa spiegare. Non c’è nulla da spiegare, è tutto chiaro, ci sono le intercettazioni. A Lirio Abbate il dubbio non viene perché, come scriveva nel 2010 in un ritratto del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, dal titolo “C’è un giudice anche a Roma”, siamo di fronte a un magistrato che è “il primo ad arrivare la mattina, l’ultimo a chiudere la porta. Evita le telecamere e spesso depista i giornalisti per difendere il segreto sui procedimenti. Non ama teoremi”. Sui teoremi ci sarebbe da andare cauti visto che Capaldo è lo stesso magistrato del processo Fastweb, costato all’innocente Silvio Scaglia oltre un anno di carcere e domiciliari e a Stefano Parisi, anch’egli prosciolto, le dimissioni da amministratore delegato per evitare il commissariamento dell’azienda. E anche sulla proverbiale segretezza qualcosa deve essere andato storto se l’inchiesta sui “trafficanti di virus” è finita sulla scrivania di Abbate e da lì sulla prima pagina dell’Espresso. Da lì parte il tritacarne politico-mediatico-giudiziario, con il Movimento 5 stelle che invoca le dimissioni dalla Camera della Capua, la procura che conferma la propria inchiesta e l’Espresso che conferma che la procura ha confermato: “La cupola dei vaccini esiste. La procura di Roma chiude le indagini e conferma le rivelazioni de l'Espresso sui trafficanti di virus”.

Secondo questo castello di intercettazioni tenuto in piedi da procura, giornali e politici vari, la Capua, che all’epoca dei presunti reati era responsabile del dipartimento di Scienze biomediche dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, sarebbe stata il perno di un’associazione a delinquere che insieme a società farmaceutiche e funzionari pubblici tramava per trafficare con i virus per guadagnare dalla vendita di vaccini. E’ una “svolta affaristico-commerciale” che gonfia il rischio di epidemie, “dietro cui si potrebbe celare una strategia globale ispirata dalle multinazionali che producono i farmaci”. Si tratta di ipotesi di un complotto internazionle, su un tema scientifico complesso, basate su intercettazioni e indagini piene di errori. Naturalmente, mentre il processo veniva spacchettato in diverse procure italiane senza che gli indagati riuscissero a difendersi, la ghigliottina mediatica è scattata subito: un gruppo di ricerca è stato smembrato, le vite di molte persone rovinate e la carriera professionale e politica di Ilaria Capua azzoppata. La scienziata collusa con Big Pharma, la capa della “cupola dei vaccini”. Poi sono arrivate le dimissioni dalla Camera, come anticipato a fine maggio da Paolo Mieli sul Corriere della Sera ricostruendo la sua assurda vicenda, per andare negli Stati Uniti a dirigere un centro d’eccellenza, l’One Health della University of Florida. Così l’Italia ha perso una ricercatrice di prim’ordine e una deputata in un Parlamento pieno di signor nessuno che gridano “onestà” e credono alle scie chimiche. Il proscioglimento, che ha liquidato l’inchiesta di Capaldo, è arrivato in ritardo. E non è servito neppure a convincere Lirio Abbate che adesso, nel dare notizia del non luogo a procedere, tira fuori altre intercettazioni con i genitori della Capua, definita ancora “signora dei virus”: “Capua prosciolta. Ma le intercettazioni svelano il grande business”. Il fatto non sussiste, ma l’intercettazione sì. E’ questo il virus che non si riesce a debellare.

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Silvialaura



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MessaggioInviato: Gio Lug 21, 2016 11:09 am    Oggetto: Rispondi citando

Faccenda orrenda e infame per la quale siamo stati giustamente puniti.
Resteremo qui in balia degli antivaccinisti, e quando gli creperanno i bambini di difterite o polio o complicanze del morbillo sarà colpa della Capua, perché a queste storie vergognose c'è sempre qualcuno che ci crede fino alla morte (degli altri) e oltre. (E nelle mani di deputatesse che credono alle
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deputati convinti che abbiamo i
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impiantati e non siamo
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andati sulla Luna. Gente con diritto di legiferare.)

Ricordiamoci questa storia quando pensiamo che Abbate sia un giornalista serio.

Intanto magari toccherà a Capaldo spiegare

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Billy the Kid



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MessaggioInviato: Lun Ott 10, 2016 12:46 pm    Oggetto: Rispondi citando


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, dice la Repubblica. Shocked Twisted Evil Laughing

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Chiara



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MessaggioInviato: Lun Ott 10, 2016 2:25 pm    Oggetto: Rispondi citando

Billy the Kid ha scritto:

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Kid



Senza pudore -_-

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Va in fumo solo ciò che brucia
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Mercuzio



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MessaggioInviato: Lun Ott 10, 2016 2:55 pm    Oggetto: Rispondi citando

Plus ça change, plus ça reste le mème.
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Isp.Coliandro



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MessaggioInviato: Dom Ott 30, 2016 1:58 am    Oggetto: Rispondi citando

La vicenda di Ilaria Capua mi sembra uscita fuori da una storia di Topolino:
Zio paperino e i Trafficanti di virus!
Se non fosse triste realtà...
Scienziati, case farmaceutiche, alti funzionari dello stato, tutti coinvolti! Crying or Very sad
E dove sono le prove raccolte in dieci anni di Indagini????? Crying or Very sad
Sempre più allibito!

Ci serviamo delle istituzioni e delle professioni con la stessa cura con cui usiamo la carta igienica. Solo questo mi viene in mente, altro non so che pensare.

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Ex-derrick... Ho cambiato nick!
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Billy the Kid



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MessaggioInviato: Sab Lug 08, 2017 10:49 am    Oggetto: Rispondi citando

“Verrà un giorno..."
Una volta tanto, quel giorno è arrivato in questa vita, su questa terra.


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di Riccardo Lo Verso
Sabato 08 Luglio 2017

La giustizia dei professionisti dell'antimafia e un processo che non si doveva nemmeno fare.

PALERMO - Su Bruno Contrada la giustizia italiana ha preso una cantonata che più cantonata non si può. Pubblici ministeri e giudici hanno accusato, processato e condannato un imputato che non potevano accusare, processare e condannare. Uno scandalo, giudiziario e umano, senza se e senza ma.

Lo stabilisce la Cassazione che ha revocato la condanna a 10 anni interamente scontata, accogliendo, una volta e per tutte, le indicazioni della Corte europea per i diritti dell'uomo. Perché nella storia del poliziotto Bruno Contrada sono i diritti ad essere stati violati.

C'è voluto il richiamo della giustizia di Strasburgo per ricordare l'esistenza di un principio basilare: un uomo non può essere processato per un reato che non esiste. Nessuno se n'è accorto in oltre un decennio di indagini e processi, celebrati in lunghissimi gradi di giudizio. Fra il 1979 e il 1988, anni in cui, secondo la pubblica accusa, l'ex numero 3 del Sisde aveva contribuito ad agevolare il potere di Cosa nostra, il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non "era sufficientemente chiaro".

Chiaro, e mica tanto, lo sarebbe diventato anni dopo. Nel 2015 la prima crepa nel percorso processuale su cui era stato apposto il bollo della definitività. I giudici di Strasburgo diedero ragione a Contrada. I Tribunali nazionali non avevano rispettato i principi di "non retroattività e di prevedibilità della legge penale". Ci sono voluti altri due anni per arrivare alla revoca decisa ieri, dopo che l'incidente di esecuzione era stato rigettato dalla Corte d'appello e respinte diverse istanze di revisione del processo. La decisione della Cassazione è senza rinvio. La revoca è davvero definitiva.

Una sberla per la giustizia italiana e per quei pubblici ministeri della Procura di Palermo, allora diretta Giancarlo Caselli, che riconobbero in Contrada il poliziotto infame che andava a braccetto con i boss. A cominciare da Antonio Ingroia, che di Caselli era il prediletto, pubblico ministero assieme ad Alfredo Morvillo del primo processo concluso con la condanna. Non serve essere dei geni della matematica: la media dei successi di Ingroia crolla del 50%. Le statistiche dicono che nel corso di una quasi decennale stagione giudiziaria, prima di darsi alla politica e al sottogoverno regionale chiamato da Rosario Crocetta, il pm Ingroia ha fatto due soli grandi processi: quello a Bruno Contrada e quello a Marcello Dell'Utri.

Quando nel 2015 i giudici di Strasburgo condannarono l'Italia a risarcire l'ex poliziotto con dieci mila euro, l'allora procuratore aggiunto disse che la decisione nasceva da “un fraintendimento, una solenne cantonata”. Di solenne c'è solo la bocciatura di un processo che non si doveva neppure celebrare.

Non ci voleva la sfera di cristallo per prevedere le reazioni dei militanti dell'antimafia, dei nostalgici di una stagione inquisitoria che a Palermo ha collezionato sonore bocciature, dei commentatori duri e puri. Mica Contrada è stato assolto, diranno in coro, e i fatti contestati nei processi restano. Il primo a battere un colpo è stato Antonino Di Matteo, ex sostituto procuratore a Palermo, oggi alla Direzione nazionale antimafia, che con Ingroia ha dato vita al processo sulla Trattativa stato-mafia, prima che l'ex procuratore aggiunto svestisse la toga: "I fatti rimangono fatti, i rapporti di grave collusione con la mafia rimangono accertati nella loro esistenza e gravità - dice, appunto, Di Matteo - Già questo rende merito al lavoro della procura di Palermo e dei giudici che li hanno accertati. Spero - aggiunge - che questo venga spiegato per arginare le strumentalizzazioni finalizzate a rappresentare falsamente l'insussistenza dei fatti contestati". Accontentato. Nessun cenno da parte del sostituto procuratore nazionale antimafia alla distrazione di massa di una giustizia quanto meno sonnolenta. Di Contrada si sono occupati una quarantina di magistrati fra pubblici ministeri, giudici per le indagini preliminari, del Riesame, di Corte d'appello e della Cassazione. Roba da pallottoliere. Hanno sbagliato tutti?, come si chiedevano provocatoriamente autorevoli commentatori. La risposta è sì.

In fin dei conti Di Matteo ha ragione. È vero, i giudici europei non parlano dei fatti del processo. Dicono molto di più e cioè che sono stati celebrarti dibattimenti senza reato. Non è solo una questione, già di per sé grave, in punta di diritto. Da Strasburgo è arrivata una lezione culturale: ci deve essere un bilanciamento fra l'esigenza di combattere la criminalità e le garanzie del singolo cittadino. L'imputato deve conoscere anticipatamente la norma per la quale è finito sotto processo. Deve sapere e non prevedere quali saranno le possibili conseguenze. Ne vale del suo diritto di difesa costituzionalmente garantito. Lo scandalo del processo Contrada è figlio di una totale assenza di equilibrio. Un uomo è stato arrestato e condannato per qualcosa che all'epoca dei fatti addebitatigli non era reato. Non un uomo qualsiasi ma l'ex numero 3 del Sisde, capo della Squadra mobile di Palermo e della Criminalpol.

Lo ammanettarono alla vigilia di Natale del 1992, pochi mesi dopo che le bombe massacravano i corpi di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e degli uomini di scorta nelle stragi di Capaci e via D'Amelio.

Altro che super poliziotto, Contrada, così dicevano i pentiti, era amico dei boss. Passava loro soffiate su indagini e blitz, li aiutava a scappare, incontrava capimafia del calibro di Saro Riccobono e del principe di Villagrazia, Stefano Bontade. E cioè dei padrini palermitani che decidevano sulla vita e la morte delle persone. La mattanza dei corleonesi era ancora lontana.

Da quel 1992 Contrada ha subito la gogna di una giustizia che sa essere punitiva e vendicativa ancora prima di una dichiarazione di colpevolezza. I tempi della carcerazione preventiva e del processo da lui subiti sono tipici di un sistema malato. Nel 1996 il Tribunale di Palermo lo condannò a 10 anni, strappandogli i gradi dal petto e l'onore. Nel 2001 la Corte di Appello ribaltò la sentenza: assolto per “la carenza dei fatti concreti” e la mancanza della “necessaria specificità” delle accuse di pentiti che in quegli anni godevano di un titolo di credito illimitato o quasi. Piuttosto, scrivevano i giudici d'appello, si era in presenza di “apprezzamenti o opinioni” dei testimoni. I quali, per altro, non si poteva escludere che fossero mossi da una “sindrome vendicatoria” nei confronti dello sbirro che li aveva indagati. I giudici d'appello concedevano a Contrada, se non altro, il beneficio del dubbio, in una stagione senza regole, scritte e certe, se non quelle della strada. Per stanare i mafiosi il poliziotti si dovevano sporcare le mani, agganciare fonti, persino ammiccare se fosse stato necessario.

Non era così per la Procura di Palermo e per i successivi giudici che condannarono l'imputato. Il comportamento di Contrada non rientrava nella prassi sbirresca, ma era il segno dell'infame collusione, di quel concorso esterno di cui si sarebbe iniziato a parlare solo due anni dopo, nel 1994. Un reato che, a distanza di decenni, ancora non esiste nel codice penale. Nell'attesa infinita e disattesa che sia normato il reato è servito, in molti casi, per processare le ombre e fare di un sospetto una prova. Il delitto imperfetto che diventa perfetto.

E pensare che già trent'anni fa Giovanni Falcone sottolineava la necessità di una “tipizzazione” per colpire la cosiddetta borghesia mafiosa, i colletti bianchi in combutta con i boss. Il codice prevede l'art. 416 bis (associazione mafiosa), e l'art. 110 (concorso nel reato). Alla fine degli anni Ottanta arrivò il cosiddetto “combinato disposto” in nome del quale sono fioccate le sentenze che hanno cristallizzato il reato nella giurisprudenza nonostante sia mancato il passaggio legislativo per inserire il reato nel codice penale. Le occasioni non sono mancate. E neppure i processi. Giulio Andreotti, Calogero Mannino, Marcello Dell'Utri - solo per fare tre esempi con esiti diversi - sono stati processati per concorso esterno in associazione mafiosa. Studiosi e politici di tutto l'arco parlamentare hanno detto la loro sull'argomento. Nulla è cambiato.

Per Bruno Contrada è diverso. Lo hanno condannato ancora prima che iniziasse lo scontro fra garantisti e forcaioli, ancora prima che il concorso esterno venisse menzionato in una sentenza della Cassazione. Nel suo caso è stato applicato un reato che non esisteva e pure in maniera retroattiva senza che nessuno dicesse qualcosa. È stata la Corte europea a suonare la sveglia.

“Da oggi Bruno Contrada è un uomo incensurato”, dice il suo avvocato, Stefano Giordano, figlio di Alfonso, il presidente del maxiprocesso alle cosche di Palermo. Il legale riconosce il merito alla corte di Cassazione, “in maniera coraggiosa e libera”, di avere eliminato ogni macchia nei confronti di un grande servitore dello Stato". Da oggi comincia una legittima battaglia per trovare, qualora sia possibile, un ristoro a dieci anni di carcere. Si parte dal grottesco risarcimento di 10 mila euro che due anni fa i giudici di Strasburgo riconobbero a Contrada per il danno morale subito.

Quanto valgono dieci anni di galera, la dignità e i diritti di un uomo? Un uomo che, nel caso di Contrada, ha criticato le sentenze, ma le ha sempre rispettate. Quando uscì dal carcere, nel 2012, invecchiato e fiaccato da una malattia, disse di non “provare rancore per nessuno”. Ricordava i tanti uomini di Stato che gli erano stati vicini”. “Verrà un giorno - diceva - che forse io non vedrò, che vedranno i miei figli, o i miei nipoti che la verità sarà acclarata e ristabilita. Temo allora che qualcuno debba ravvedersi e pentirsi di quello che ha fatto contro di me e le istituzioni che ho fedelmente servito”. Quel giorno, a 84 anni suonati, è arrivato anche se adesso ci sarà la corsa a negarlo. Quelli a venire, c'è da giurarci, saranno giorni di scontro duro fra i garantisti e i forcaioli di cui sopra. Si potevano contestare altri reati, diranno i colpevolisti ad oltranza. Un'interpretazione che non cancellerebbe l'errore. Si corre il rischio di andare fuori fuoco, dimenticando che il processo a Bruno Contrada non andava celebrato. A meno che qualcuno fra i giudici non ammetta di avere sbagliato e allora la vicenda potrebbe davvero aprire un dibattito costruttivo. Nel frattempo, per prima cosa, il poliziotto ammanettato nel '92 proverà da neo incensurato a riprendersi la sua vita, iniziando dalla pensione che non ha mai percepito.

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Billy the Kid



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MessaggioInviato: Sab Lug 08, 2017 10:50 am    Oggetto: Rispondi citando

Tre commenti, tutti meritevoli di lettura, ma segnalo particolarmente il terzo, che lascia presagire l'ennesimo capolavoro partorito dalla nostra (mala)giustizia.


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di Rocco Todero
7 Luglio 2017

L’epilogo della tormentata vicenda giudiziaria del dott. Bruno Contrada innanzi alla Suprema Corte di Cassazione rappresenta l’irrimediabile debacle della cultura giuridica italiana o almeno di quella parte che è veicolata, attraverso le pronunce dei Tribunali nazionali, sotto il generico e pomposo nome di “giurisprudenza”.
E’ stata, infatti, la Corte Europea dei diritti dell’Uomo e non già un giudice nazionale a riaffermare tempo addietro, anche per l’ex numero due del Sisde, l’elementare e fondamentale principio giuridico del nullum crimen sine lege, impartendo una lezione di civiltà giuridica a tutti quei magistrati italiani che hanno ritenuto e ritengono, ancora adesso, si possa condannare un essere umano per violazione di un precetto penale (il concorso esterno in associazione mafiosa) che non è sufficientemente chiaro e specifico (che non esiste in sostanza) nel momento stesso in cui la condotta incriminata è stata compiuta dall’imputato.

Un principio, quello di stretta legalità, che trova, a parole, cittadinanza anche all’interno del nostro ordinamento giuridico e il cui fondamento si radica senza alcun dubbio nei valori essenziali della Carta Costituzionale. Non vi è manuale di diritto che non annoveri fra i canoni fondamentali della cultura giuridica nostrana il principio di legalità in materia penale, il quale, come è evidente, vale a sottrarre qualsiasi individuo dalle tenaglie del potere assoluto e dall'arbitrio dello Stato. Eppure, senza il coraggio, la limpidezza e la semplicità dei ragionamenti esposti dalla Corte di Strasburgo oggi il "cadavere civile" del dott. Contrada giacerebbe sotto i colpi di una “giurisprudenza” nazionale contorta, arzigogolata, bizantina, affidata ad incomprensibili sottigliezze e ricostruzioni, la cui unica funzione è sembrata sempre più spesso essere quella di tutelare la “ragion di Stato" nelle sue più svariate e storicamente discutibili articolazioni (quella della lotta alla mafia non ne è che una fra le tante), invece che quella di tutelare le libertà fondamentali del cittadino.
La questione, infatti, non consiste più nella ricostruzione di ciò che Contrada avrebbe fatto, ma nella rappresentazione del trattamento che ha ricevuto dallo Stato e dall’apparato giudiziario in particolare.

Quella di Contrada tuttavia non è che una delle tante vicissitudini che dovrebbero mettere in imbarazzo, in profondo disagio, tutto l’ordine della magistratura, dai giudici monocratici agli Ermellini della Corte di Cassazione sino ai Giudici Costituzionali.
Si devono ringraziare le contaminazioni provenienti dalla cultura giuridica europea, infatti, se oggi anche in Italia, ad esempio, il cittadino espropriato dei suoi beni dalla pubblica amministrazione ha diritto di vedersi indennizzato l’intero valore venale dell’immobile, a differenza di quanto hanno ritenuto per decenni i giudici nazionali (Cassazione compresa).
E’ grazie alla Corte di Strasburgo se i detenuti che vivono in meno di tre metri quadrati all’interno degli istituti penitenziari hanno diritto oggi di chiedere una migliore sistemazione ed il risarcimento del danno per violazione del divieto di tortura, poiché fosse stato per i giudici italiani avrebbero potuto marcire anche dentro le celle medioevali.
E’ ancora grazie alla Corte europea se è stato affermato con continuità il principio di irretroattività della legge penale e delle sanzioni connesse, perché fosse stato per la cultura giurisprudenziale italiana avremmo continuato a distinguere fra sanzioni penali in senso vero e proprio, da un lato, e conseguenze non sanzionatorie del reato, dall’altro, con buona pace della cosiddetta frode delle etichette.
E sono stati persino capaci di affermare, i giudici nazionali (anche in Cassazione), che da un'assoluzione ottenuta perché il fatto non costituisce reato possa comunque discendere il sequestro e la confisca di un immobile realizzato sulla base di un titolo edilizio rilasciato al privato dal Comune competente, mentre la Corte Europea ha sanzionato questo guazzabuglio incomprensibile di trappole frapposte ad ogni piè sospinto riaffermando l’elementare principio giuridico del legittimo affidamento (caso Punta Perotti di Bari).
Persino il diritto alla ragionevole durata del processo è divenuto per la cultura giurisprudenziale italiana un’acquisizione imposta dall’esterno perché, diversamente, allo Stato i tribunali italiani avrebbero riconosciuto la facoltà di tenere sotto scacco (senza indennizzo) un cittadino in un giudizio civile per tutta la durata della sua vita.

L’elenco degli esempi poco edificanti per la nostra “giurisprudenza” potrebbe essere molto più lungo di quello sin qui rappresentato e lo stupore potrebbe accrescersi nel confrontare questo atteggiamento con il tradizionale orientamento “progressista” dei tribunali italiani in materia di tutela dei diritti sociali (nel campo del diritto del lavoro, per dirne una) o di effettività del principio di eguaglianza sostanziale. Registreremmo semplicemente una gravissima distorsione culturale ed una lettura ideologicamente orientata della nostra Costituzione a discapito delle libertà fondamentali dei cittadini.
Fermiamoci qui, per carità di Patria.


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di Giuliano Ferrara
8 luglio 2017

Le otto vite riabilitate del poliziotto, l’onore perduto di certi pm e politici e del Giornalista Collettivo.

Bruno Contrada ha avuto il tempo di vivere sette vite come i gatti e intanto si preparava l’ottava del “riabilitato”. Sono vent’anni e più che lo ho conosciuto, difeso sulla minoritaria tribuna del Foglio e su quelle televisive, vent’anni e più di incontri fugaci e lettere dal carcere, presentazioni di libri e manifestazioni pubbliche tra paria dell’informazione e della giustizia penale, e mai si è lasciato sfuggire, nella conversazione e per lettera, un’espressione di orrore per come gli apparati di giustizia dello stato, guidati da teoremi ideologici devastanti, lo stavano trattando. Si è sempre portato da “riabilitando”, battendo il chiodo delle sentenze con impareggiabile tenacia, sicuramente per quanto disperatamente. Ora che è definitivamente sciolto da addebiti ridicoli, grotteschi anzi, dalle alte corti europee e italiane, emerge come un funzionario esemplare vittima di una persecuzione che gli è costata dieci anni di carcere, dico dieci, e la fine virtuale di sette vite professionali nella vergogna della gogna antimafia.

Nel frattempo i suoi inquisitori hanno vissuto anche loro sette vite agli onori delle cronache giudiziarie e politiche, si sono, come si dice, fatti un nome. Hanno tentato vite pubblicistiche, sviluppi forti di carriera, avventure politiche risibili ma minacciose, hanno impestato l’aria della democrazia liberale italiana del sapore acre del pregiudizio, sulla scia del processo Contrada si sono illustrati con altre gestioni allegre del concorso esterno in associazione mafiosa, una truffa politico-giudiziaria per cui Marcello Dell’Utri è tuttora in carcere e molti altri, come lui, hanno subìto le conseguenze del pregiudizio e della faziosità politica fattasi giustizia mediatica, ambizione presenzialista. Mentre Contrada languiva in carcere o continuava la sua solitaria battaglia il Giornalista Collettivo ha brindato alle sue fonti esclusive, ha diffuso la pestilenza della calunnia a piene mani, ha evitato la fatica di domandarsi non dico dove fossero le prove, che non ci sono mai state, ma anche solo gli indizi che un uomo dello stato fosse, come nelle telenovele televisive, un uomo della mafia. Le telenovele bastavano per costruire il contrafforte fictional di un processo bestiale, che solo così, bestialmente ma almeno in modo liberatorio, poteva finire: con la cassazione della sua premessa, il reato stesso.

E qui è il problema che va oltre l’onore di Contrada e riguarda il nostro onore. Tra poco potremo dire che una intera generazione di politici, uomini pubblici a vario titolo, giuristi e membri vari del kommentariat, salvo rarissime eccezioni, ha deciso di subire una torsione inaudita del diritto, alla quale adesso in un rinnovato, inestinguibile clima di fanatismo, si vorrebbe dare la nuova sanzione del codice antimafia. Si sono perfino provati a ridefinire in certi dimenticati convegni e progetti di legge il concorso esterno in mafia, senza mai riuscirci perché è impossibile in termini di logica giuridica e di logica tout court. Quando a Contrada attribuirono, nella forma del sospetto come anticamera della verità, le sue attività investigative e di intelligence, dunque anche i contatti con i boss, come prova di servizio perverso alla criminalità, allora il reato nemmeno esisteva, non si configurava come tale nella prassi giurisprudenziale.

Per decenni questo straccio di sospetto inquisitoriale con virtù odiosamente retroattiva e senza basi è diventato uno strumento di condizionamento e di lotta politica, di costruzione di un’immagine ideologica di antimafiosità d’avanguardia, e dei piccoli e grandi Dreyfus che restavano stritolati nel tritatutto delle accuse facili nessuno sapeva che farsene in quanto soggetti di diritto in uno stato di diritto sempre più improbabile, presuntivo. Nemmeno Berlusconi e Renzi, che dovrebbero avere imparato che cosa significhi la deviazione permanente della funzione giudiziaria a scopi politici, sono mai riusciti a superare i veti colossali e i ricatti delle vestali dell’opinione pubblica disinformata e fanatizzata. C’è solo da sperare che adesso qualcuno si vergogni e che il legislatore abolisca la possibilità di usare questo pseudoreato aspecifico, che si costruisce sulla pressione d’opinione e sulla propalazione della calunnia, come è avvenuto con i Mori e gli altri nel processo sulla trattativa stato-mafia e circonvicini, che poi i protagonisti Torquemada sono sempre gli stessi del caso Contrada, anche se i roghi cambiano di sede e di data.


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di Mattia Feltri
08/07/2017

Fermi tutti e tenetevi forte. Quella di Bruno Contrada non è la solita questione di malagiustizia, è un capolavoro allucinogeno. Seguite il labiale. Bruno Contrada, già numero due del Sisde (servizi segreti), viene arrestato il 24 dicembre del 1992 mentre affetta il cappone. È accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Condannato in primo grado, assolto in appello, assoluzione respinta in Cassazione, nuovo appello e nuova condanna (a dieci anni), che stavolta la Cassazione conferma. Fra carcere e domiciliari, Contrada sconta la pena. Nel 2015 la corte europea dei diritti dell’uomo dice che Contrada non doveva essere né condannato né processato perché, quando lo commise (se lo commise), il reato di concorso esterno non era abbastanza definito perché lui sapesse di commetterlo.

Con questa sentenza, vincolante, Contrada va a chiedere la ripetizione del processo prima a Catania e poi a Palermo (non chiedete dettagli sul pellegrinaggio, è troppo), ma riceve due rifiuti. Arriva infine in Cassazione, che non concede un nuovo processo, ma si inventa una terza via. E cioè, fin qui c’erano sentenze di condanna e di assoluzione; ora c’è la sentenza che dichiara «ineseguibile e improduttiva di effetti» la sentenza precedente. Cioè, Contrada non può dirsi innocente, ma ha la fedina penale pulita. Cioè, ancora, la condanna esiste ma non va eseguita e non deve produrre effetti. Anche se è già stata eseguita e di effetti ne ha prodotti: dieci anni di detenzione. Se non siete ancora svenuti, buona giornata.

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Billy the Kid



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MessaggioInviato: Sab Lug 08, 2017 11:03 am    Oggetto: Rispondi citando

E due brani d'epoca, risalenti agli anni Novanta.


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Il poliziotto agente segreto: dalla leggenda ai sospetti di depistaggio. Il ritratto che ne fece La Stampa all’epoca dell’arresto, avvenuto il 24 dicembre del 1992

FRANCESCO LA LICATA

Le circonlocuzioni, le cautele, i condizionali delle agenzie di stampa e dei notiziari televisi e radiofonici non riescono ad ammorbidire una notizia che per la città è un pugno nello stomaco. Bruno Contrada in carcere. Contrada associato con la mafia, delatore, traditore. Già, traditore. L’ infamia più triste, se si si pensa che il tradimento se c’ è stato, lo hanno subito soprattutto poliziotti e giudici che, per non tradire, sono morti. Ammazzati per strada, uno dopo l’ altro. Così, mentre le notizie si accavallano, consegnando il fosco racconto di pentiti, affiorano nella mente gli anni della mattanza palermitana.

Un quarto di secolo sfregiato da una costante linea rossa, una tragica sequenza di morti, feriti, attentati, processi e anche «nfamità», per dirla con un linguaggio che a Palermo si usa per definire le montature. Bruno Contrada è stato protagonista indiscusso di questo quarto di secolo. Non era arrivata ancora «l’ era Falcone», il palazzo di giustizia era un deserto dei Tartari affidato alla gestione di rappresentanti di un gruppo di potere squalificato, ma potentissimo. Governava un comitato d’ affari che racchiudeva, da un lato, uomini come Lima, Gioia e Ciancimino, e dall’ altro il monopolio affaristico di imperi come quelli del costruttore Ciccio Vassallo o del Cavaliere di Gran Croce Arturo Cassina, luogotenente dell’ Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro.

C’ era la Palermo che contava, coi cavalieri di Cassina. Politici, burocrati, grand commis, affaristi e tanti, ma tanti, ufficiali dei carabinieri, funzionari di polizia e questori. Anche Bruno Contrada si era sottoposto alla cerimonia dell’ investitura, con tanto di ermellino e lo spadino del conte Arturo posato sulla spalla destra. E a chi gli chiedeva perché avesse accettato l’ offerta di Cassina, Contrada rispondeva: «Perché c’ è qualcosa di male? È come far parte del Rotary o del Lions». E aveva ragione, dal suo punto di vista, dal momento che si trovava in compagnia di alti funzionari dello Stato, nobili e luminari. La cosiddetta buona società. E poi, quella era un’ epoca che vedeva la squadra mobile come una prima linea contro la mafia.

C’ era Boris Giuliano, che con Contrada formava un binomio da leggenda. E c’erano molti altri funzionari giovani che, come si dice in gergo, «trottavano». Contrada era il capo, Giuliano il vice, due scuole diverse ma integrate bene. Nell’ immaginario dei palermitani quei poliziotti rappresentavano una sorta di &lt;squadra speciale&gt;, come nei telefilm americani. Sospetti? Neanche uno: fino ad allora, almeno. La fama di uomini della tempra di Boris Giuliano era talmente inattaccabile che da sola sarebbe bastata a far svanire qualunque ombra si fosse abbattuta sulla squadra mobile. È l’ inizio degli Anni 70, I film del filone «la polizia arresta la magistatura assolve» sembrano ispirati dalla realtà palermitana. Lo stesso Contrada, con l’ impermeabile del «tenente Sheridan», diventa protagonista di episodi mai dimenticati. Come quando si trova faccia a faccia con Giuseppe Greco, che si avvia a divenire il superkiller dei cento delitti. Lo insegue tra i vicoli della Vucciria, spara tra la folla Alla fine, con l’ aiuto del commissario Vincenzo Speranza, lo prende, lo trattiene per i capelli e lo trascina alla squadra mobile. Eppure... Eppure, dicono quattro o cinque pentiti, già allora qualcosa non andava. Rivela Gaspare Mutolo che «il dottore Contrada» disponeva di una casa in via Jung. Un appartamento intestato ad un uomo d’ onore del clan di Rosario Riccobono, il boss che secondo altre rivelazioni aveva indotto alla collusione il giudice Domenico Signorino, morto suicida in seguito allo scandalo.

Secondo il pentito, Contrada era stato avvicinato, seguito e posto sotto osservazione per verificare la possibilità di ridurlo alla collaborazione, soluzione da preferire ai colpi di lupara che invece si sono rivelati necessari per altri. Questo racconta Mutolo. Resta da comprendere perché un appartamento, ufficialmente intestato ad un prestanome della mafia, dovesse essere usato seppure per motivi personali e privati da un giudice della Procura e dal capo della squadra mobile. E resta un dubbio: recitava, Contrada, quando per la morte dell’ agente Cappiello, ucciso durante un’ azione di polizia a Pallavicino, denunciò tre boss del clan di Riccobono, uno dei quali era proprio Gaspare Mutolo, oggi pentito e grande accusatore? Qualcuno ha obiettato che sì, è vero, Contrada denunciò ma nessuno fu catturato. Per la verità, Mutolo fu preso qualche tempo dopo, insieme con Salvatore Micalizzi. Se ne stavano al ”Gambero Rosso”, a Mondello. Il pranzo a base di vongole e spigole fu interrotto dalla polizia. Addosso a Micalizzi furono trovati molti soldi. Nell’ ufficio di Bruno Contrada, il boss dovette subire l’ umiliazione di raccogliere le banconote con la lingua. E il capo della mobile gli disse: «Sono ancora sporchi di sangue». Ma i «colpevolisti» ora dicono: «Contrada recitava».

Però a Roma non ne erano convinti. Tanto che quando, nel luglio 1979, uccidono Boris Giuliano, nuovo capo della squadra mobile, e non si trova un dirigente capace di ridare unità ad un gruppo dilaniato dalle polemiche e dalle faide interne, il governo si rivolge a lui, Bruno Contrada, che sta alla Criminalpol della Sicilia occidentale. Già le faide. Da allora, dall’ 80 gli uffici investigativi della questura entrano in un tunnel che non ha più visto l’ uscita. Cominciano i veleni, tutti sospettano di tutti. I pentiti fanno risalire ad allora il consolidamento delle &lt;cattive amicizie&gt; di Contrada. Spuntano i nomi di Salvatore Riina e dei Marchese. È l’ era delle talpe. La figura di Bruno Contrada si appanna. A questo contribuisce forse il fatto che entra nei servizi segreti, ma continua ad occuparsi di criminalità. Viene sospettato di aver aiutato a fuggire Oliviero Tognoli, imprenditore con contatti mafiosi. Dimostra l’ estraneità al fatto. Lo accusano di depistaggio nell’ inchiesta sull’ assassinio di Piersanti Mattarella, ma anche questa volta vince i sospetti. Passa indenne da più d’ una inchiesta interna. Giovanni Falcone attribuisce a «menti raffinatissime» la paternità dell’ attentato all’ Addaura. Il giudice non fa nomi, ma quello di Contrada circola per tutti i corridoi dei Palazzi. E poi, la polemica col questore Vincenzo Immordino. Una brutta storia: Contrada e i suoi chiusi in una stanza della Mobile, mentre poliziotti venuti da fuori e comandati direttamente dal questore arrestavano una cinquantina di boss accusati di aver ucciso il capitano dei carabinieri Emanuele Basile Quella fu la vera delegittimazione di Contrada. Il questore dimostrò di non fidarsi. L’ errore fu non aver mai fatto chiarezza in nome di una presunta ragion di Stato.


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Pubblichiamo un brano tratto dal capitolo diciottesimo di “L'Italia di Berlusconi – 1993-1995: La storia d'Italia” di Indro Montanelli e Mario Cervi edito da Rizzoli

Bruno Contrada – che ha passato i sessanta – era considerato, una ventina d’anni or sono, uno dei più brillanti poliziotti italiani. Bell’uomo dal piglio guascone, elegante, donnaiolo secondo le malelingue, mondano, furbo. Tale era la stima in cui veniva tenuto che fu messo a capo della Squadra mobile di Palermo: posto di estrema delicatezza e responsabilità. Lo lasciò nel 1977 per assumere la direzione della Criminalpol della Sicilia occidentale – queste duplicazioni e sovrapposizioni d’uffici e di competenze non danno in generale buoni frutti, ma lasciamo perdere – e alla Squadra mobile palermitana tornò nel 1979, dopo che il suo successore Boris Giuliano era stato assassinato. Un atto di grande coraggio, il suo, se immune da cedimenti. I cedimenti invece ci furono, secondo alcuni pentiti e secondo la procura di Palermo. Gaspare Mutolo (appunto un «pentito») ha sostenuto che proprio nel 1979 Bruno Contrada fu assoggettato a Cosa nostra. Da allora in poi la carriera di Contrada può essere letta in due modi diversi, anzi opposti: o in chiaro, come il progredire d’un funzionario stimato e capace (capo di gabinetto dell’Alto commissariato antimafia, uomo di punta del SISDE in Sicilia) o in controluce come il doppiogioco d’un colluso con le cosche che ostentava zelo inquisitorio per buttare fumo negli occhi: e sotto sotto si dava da fare per favorire i boss. Alla vigilia di Natale del 1992 Contrada fu arrestato per associazione mafiosa e portato prima nel carcere militare romano di Forte Boccea, quindi in quello militare palermitano, riaperto apposta per lui: e del quale rimase unico ospite.

Su Contrada pesavano le dichiarazioni d’una pattuglia di quattro pentiti, poi rimpolpata da altri sei: tra loro il pentito massimo Tommaso Buscetta. L’inchiesta, che fu laboriosa e ammassò la solita montagna di fascicoli, sfociò in un processo di tribunale, presieduto da Francesco Ingargiola (lo stesso magistrato che avrebbe poi presieduto il processo contro Andreotti). Nell’aula si presentò – come detenuto – un Contrada quasi irriconoscibile: smunto, avvilito, dimagrito d’una ventina di chili almeno: molto fermo però nel respingere le accuse. Ridotto in quello stato – si disse –da due anni e passa di pena ipotetica scontata preventivamente. La procura di Palermo dimostrava, Codice alla mano, che tutto s’era svolto nel più scrupoloso rispetto della legge, e che Contrada veniva tenuto in cella perché, ammanicato com’era, avrebbe potuto inquinare le prove. Questi timori caddero tuttavia il 31 luglio 1995, dopo che l’ex funzionario era stato colto da malore in aula, e dopo che una commissione medica, chiamata a pronunciarsi sulle sue condizioni, aveva con grotteschi bizantinismi pseudo-scientifici affermato che la galera gli faceva bene, e che se fosse stato liberato il suo equilibrio psicofisico ne avrebbe risentito. Bruno Contrada tornò a casa. Quello stesso giorno la procura di Palermo e il prefetto Serra convocarono i giornalisti per dar loro notizia d’un attentato in preparazione contro Giancarlo Caselli [procuratore della Repubblica a Palermo] e contro uno dei suoi vice, Scarpinato. Qualcuno insinuò che le segnalazioni sull’attentato, piuttosto vaghe, fossero state con opportuna scelta di tempo enfatizzate per bilanciare l’impatto emotivo che l’odissea di Contrada aveva avuto sull’opinione pubblica.

Sulle testimonianze e sulle prove esibite a carico di Contrada non vogliamo pronunciarci: le une e le altre appartengono alla logica dei processi per associazione mafiosa. Uno aveva saputo da un altro che un altro aveva detto, Falcone non poteva soffrire Contrada e aveva promesso «gli metterò i ferri» (ma riferito di seconda mano), il commissario Cassarà lo disistimava (dichiarato dalla vedova), alcuni dirigenti della polizia non lo potevano vedere e altri avevano invece per lui incondizionata stima: insomma un copione che in quelle aule, e con quel genere d’imputati, si ripete con triste monotonia. Non vorremmo trovarci nei panni di chi deve giudicare, e ancor meno in quelli d’un accusato.

Ma per Contrada, e anche per Antonino Lombardo – ammesso e non concesso che qualche trasgressione l’abbiano commessa – valgono due considerazioni. La prima è questa: si possono applicare agli uomini della polizia e dei carabinieri, e a maggior ragione a quelli dei servizi segreti, le stesse regole morali che valgono per i comuni cittadini? il campo d’azione di questi uomini sono le fogne. C’è qualcuno capace di rimestare nelle fogne senza sporcarsi le mani e contrarne il fetore? Chi indaga sulla malavita, in tutte le sue espressioni, deve penetrare nei suoi ambienti, dove non si trovano malleverie e protezioni se non a patto di offrirne. È vero che in questo giuoco è facile perdere il senso del limite fino a diventare talvolta il complice, per farselo amico, del nemico: e non escludiamo che questo sia stato il caso di Contrada. Ciò di cui dubitiamo è che il purismo giuridico sia un metro ragionevole per valutare, senza che si commetta un’iniquità in nome della legge, gli uomini cui chiediamo di tuffarsi nel fango per farvi pesca di malavitosi: e i nostri dubbi crescono se il purismo giuridico è avallato non da prove inconfutabili o dalla parola di specchiati galantuomini, ma dalla parola d’altri malavitosi della peggiore specie che possono avere mille e una ragione per incolpare a torto.

Sui Contrada devono pronunciarsi, promuovendoli o bocciandoli o cacciandoli o denunciandoli, i loro capi. Se i capi sono incapaci, vengano anche loro cacciati. I Contrada non sono al disopra della legge, ne sono ai margini: quando la legge agisce contro di loro con i suoi strumenti e i suoi criteri, li porta su un terreno che non è quello in cui s’erano dovuti avventurare, magari smarrendo la retta via. La seconda considerazione è semplice: una carcerazione preventiva che duri quanto quella inflitta a Contrada è una barbarie indegna d’un paese che pretende d’essere la culla del diritto, e che sembra avere una gran voglia d’esserne la bara.

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derrick



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MessaggioInviato: Mar Lug 11, 2017 9:39 pm    Oggetto: Rispondi citando

Citazione:

Fermi tutti e tenetevi forte. Quella di Bruno Contrada non è la solita questione di malagiustizia, è un capolavoro allucinogeno. Seguite il labiale. Bruno Contrada, già numero due del Sisde (servizi segreti), viene arrestato il 24 dicembre del 1992 mentre affetta il cappone. È accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Condannato in primo grado, assolto in appello, assoluzione respinta in Cassazione, nuovo appello e nuova condanna (a dieci anni), che stavolta la Cassazione conferma. Fra carcere e domiciliari, Contrada sconta la pena. Nel 2015 la corte europea dei diritti dell’uomo dice che Contrada non doveva essere né condannato né processato perché, quando lo commise (se lo commise), il reato di concorso esterno non era abbastanza definito perché lui sapesse di commetterlo.

Con questa sentenza, vincolante, Contrada va a chiedere la ripetizione del processo prima a Catania e poi a Palermo (non chiedete dettagli sul pellegrinaggio, è troppo), ma riceve due rifiuti. Arriva infine in Cassazione, che non concede un nuovo processo, ma si inventa una terza via. E cioè, fin qui c’erano sentenze di condanna e di assoluzione; ora c’è la sentenza che dichiara «ineseguibile e improduttiva di effetti» la sentenza precedente. Cioè, Contrada non può dirsi innocente, ma ha la fedina penale pulita. Cioè, ancora, la condanna esiste ma non va eseguita e non deve produrre effetti. Anche se è già stata eseguita e di effetti ne ha prodotti: dieci anni di detenzione. Se non siete ancora svenuti, buona giornata.


Ma è un paese per gente normale questo?

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Uno disse alla fantasia: questo è il tuo limite fissato, fin qui puoi arrivare ma oltre non ti è concesso.
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Silvialaura



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MessaggioInviato: Dom Lug 16, 2017 7:35 pm    Oggetto: Rispondi citando

E' un paese che copia gli americani. Hanno applicato una specie di Alford Plea, senza il consenso della difesa.

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Billy the Kid



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MessaggioInviato: Mar Lug 18, 2017 10:22 pm    Oggetto: Rispondi citando

Silvialaura ha scritto:
E' un paese che copia gli americani. Hanno applicato una specie di Alford Plea, senza il consenso della difesa.

Alla base ci sono delle considerazioni più terra terra.


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di Fabio Cammaleri
17 Luglio 2017

La vicenda di Bruno Contrada, nonostante tutto, è ancora stretta fra parole un po' esoteriche e un po' tartufesche: come solo quelle del diritto, quando vogliono, sanno essere. Da un lato, il “titolo di reato”, che non c’era, ma fecondo di dieci anni di reclusione; dall’altro, una condanna che, pur divenuta “ineseguibile e improduttiva di effetti penali”, rimane tale.

Il “titolo di reato” è l’attribuzione ad una condotta umana di un certo valore criminoso; l’Autorità Giudiziaria penale esiste in ragione di questo potere di attribuzione. Perciò, quando se ne discute, non si discute di una parte: ma del tutto. E, sappiamo, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, decidendo sul ricorso “Contrada contro Italia”, ha sancito che questo benedetto “titolo”, il c.d. “concorso esterno in associazione mafiosa”, doveva esistere al tempo dei fatti, poi contestati; e, invece, allora non esisteva.

L’ignaro di mirabilia giuridiche si aspetterebbe che finisca lì. Perché, allora, quella formula? Alla fine della fiera, sembra che la proposizione “ineseguibile e improduttiva di effetti penali”, implichi una sorta di significato “suicida”. Come se, dichiarato “inesistente” il “titolo”, contasse averne almeno un feticcio: sterilizzato, ma con un residuo stigmatizzante.
Contrada in questa storia ha fatto lo scalatore e, anche dopo Strasburgo, ha dovuto seguitare a farlo. Provato la revisione (Novembre 2015), e a Caltanissetta avevano respinto; poi, il ricorso straordinario per “errore materiale o di fatto” (Luglio 2016), e la Cassazione l’aveva dichiarato inammissibile; quindi, “l’incidente di esecuzione” a Palermo, per ottenere “la revoca” della sentenza, e lì, la Corte di Appello aveva dichiarato inammissibile pure quella richiesta. Alla fine, la Cassazione ha annullato senza rinvio tale ultimo diniego: tuttavia, decidendo nei termini visti. Si ha l’impressione che la sentenza CEDU su Bruno Contrada sia andata di traverso al sistema giudiziario italiano. Perciò, cavillare, sopire.

Il punto è che quella pronuncia era stata dirompente non solo, e non tanto, perché aveva censurato l’impreciso conio “giurisprudenziale” del c.d. “concorso esterno” al tempo dei “fatti”; ma, soprattutto, perché ne aveva colto acutamente proprio “l’origine giurisprudenziale”. Si erano resi penalmente rilevanti i comportamenti di Contrada, rendendolo reprobo retroattivamente: in maniera analoga a come sarebbe accaduto se fosse stata emanata una norma successiva ai fatti, e appositamente incriminatrice. Da Strasburgo sono formalmente baluginate movenze persecutorie.

Alla Corte di Appello di Palermo, quella dell’ultimo diniego, dopo lunghe e dotte distinzioni in punta di diritto, era come scappata un’affermazione, piuttosto illuminante, nel suo genere: si era trattato di “una interpretazione comunitaria di fatto incompatibile con l’ordinamento giuridico italiano”. Non solo; ma si aggiungeva che andava negata la stessa “origine giurisprudenziale” del concorso esterno: non c’entrano i giudici, è la legge italiana (peraltro fissando una tesi che verrà diffusamente ripresa).

Tanta perentorietà, nell’affermare quello che non è (la natura “normativa” del concorso esterno); una così poco sorvegliata “autarchia ermeneutica”, ragionevolmente, non si spiegano con la sola questione procedurale. Pare più plausibile un’altra spiegazione. Probabilmente, si avverte il rischio che, a partire da una singola vicenda, pur di capitale portata simbolica, si possa porre l’accento sul presupposto di quella “origine giurisprudenziale” del “titolo”; e, dunque, si offra il fianco ad una questione “ordinamentale”: “La” questione.

Sulle “vere storie d’Italia”, di cui il c.d. “concorso esterno” è stato il lievito giuridico, si è costruito un complesso sistema di legittimazione emotiva e culturale, coercitivamente presidiato: dove è sempre meno agevole distinguere le “avanguardie” dai “moderati” (ad es., l’idea, recepita a maggioranza parlamentare, per cui “la pericolosità sociale della P.A. merita Misure di Prevenzione uguali a quelle già previste per la mafia, è solo l’ultimo frutto, in ordine di tempo, di quella legittimazione); e che, proprio per questa comprensiva complessità, a riscuoterlo dalle fondamenta, potrebbe aprire vaste voragini.
Ecco perché, quasi fra le righe, si insiste sulla natura “normativa” del “concorso esterno”, con il coinvolgimento/ammonizione dell’intero sistema istituzionale, compreso il legislativo. Ecco perché, gli argomenti di tipo negazionistico (“non è successo niente”), anche in queste ore, si dispongono a seguire questo accomunante solco “patriottico” e “legislativo”. Ecco perché, quella formula tortuosa, “condanna improduttiva di effetti” (ma ancora tale), finisce col fungere da puntello sistemico: permette di estenuare l’equivoco sui “fatti” i quali, nonostante la carenza del “titolo di reato”, sarebbero ancora tutti lì.
Ma il “titolo di reato” non è un inerte contenitore di “fatti” che siano già rigidamente conformati, e debbano solo accatastarsi al suo interno, mantenendo quella loro forma immutabile; agisce piuttosto come un calco su una materia malleabile, gommosa; che, una volta liberata dalla erronea costrizione, si riespande, e riprende forme e configurazioni autonome. Gli stessi fatti, con il “titolo” hanno una forma, senza, ne hanno un’altra. Entrare in una casa altrui e asportarne un bene, si chiama furto; farlo con una divisa addosso si chiama sequestro.

Contrada teneva condotte di intelligence che, alla valutazione imposta dal “titolo”, dal calco, non si presentavano commendevoli. Ora si è capito che era stato un errore ritenerle, “conformarle” come tali. La “condanna”, dunque, è una riprovazione formalmente qualificata di una condotta; la riprovazione prende legittimo corpo nei suoi “effetti penali”; disconoscere questi, significa negare che la riprovazione, e il giudizio che l’ha sostenuta, fossero fondati.
Dopo venticinque anni, per “dignità gnoseologica”, per decenza istituzionale, per verità morale, non ci dovrebbe essere altro. Cavilli a parte.

derrick ha scritto:
Ma è un paese per gente normale questo?

Per così poco? Vogliamo parlare di via D'Amelio?


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di Riccardo Lo Verso

PALERMO - Due bordate in una settimana. La revoca della condanna a Bruno Contrada e l'assoluzione degli innocenti ingiustamente carcerati per la strage di via D'Amelio recidono i grappoli malsani nella vigna della giustizia. Grappoli di giudici, legati gli uni agli altri come acini. Ci sono voluti quasi tre decenni per arrivare alla conclusione che decine e decine di magistrati, inquirenti e requirenti, si erano sbagliati nella forma e nella sostanza.

Nel caso dell'ex poliziotto è stata la Corte di Cassazione a dichiarare "ineseguibile e improduttiva” la sentenza che ha costretto Contrada a rimanere in carcere per dieci anni. Prima, però, è dovuta intervenire la Corte europea dei diritti dell'uomo a spiegare ai giudici italiani che non si può processare un imputato per un reato che non era “chiaro e prevedibile” quando gli è stato contestato. Nel caso del processo per l'eccidio di via D'Amelio sono stati i pubblici ministeri di Caltanissetta a smascherare le bugie dei pentiti prese per oro colato, nonostante l'olezzo dell'impostura fosse stato percepito da più parti ma non dai magistrati.

Come riassumere la vicenda Contrada? Esiste una giustizia europea e una italiana. O meglio, all'italiana. La prima bacchetta la seconda perché viola la convenzione dei diritti dell'uomo che i governi si sono impegnati a rispettare. Fino a quando i giudici di Strasburgo si sono limitati a condannare l'Italia a risarcire gli imputati per gli errori commessi e per i tempi biblici dei nostri processi è filato tutto liscio. Giusto un richiamo nelle ripetitive relazioni durante la cerimonia di apertura dell'anno giudiziario. Ora che la Cassazione ha recepito la sentenza europea revocando la condanna di Contrada, lo sbirro Contrada colluso con la mafia - dunque intervenendo in un giudicato - è scoppiato il finimondo. Autorevolissimi esponenti della giustizia, non solo all'Italiana ma pure antimafia, non l'hanno presa bene. Dal “non ha capito” di Giancarlo Caselli rivolto alla Corte europea all'aggettivo “stupefacente” speso nel commento di Antonio Ingroia. Erano rispettivamente il procuratore capo di Palermo e il sostituto che misero sotto accusa Contrada, dando vita al grappolo giudiziario in una stagione fondata sull'articolo 110 del codice penale. “Quando più persone concorrono nel medesimo reato , ciascuna di esse soggiace alla pena per questo stabilita - recita l'articolo applicabile a tutte le fattispecie di reato - salve le disposizioni degli articoli seguenti”. Tre righe divenute un contenitore confortevole specie nella declinazione del concorso in associazione mafiosa. Nel frattempo le sentenze della Cassazione hanno fatto giurisprudenza e il reato che non c'era ormai c'è, anche se resta parecchio discusso e mai normato. Siamo rimasti fermi alle tre righe.

Di Contrada si sono occupati una quarantina di magistrati: i pubblici ministeriche ne chiesero l'arresto, i giudici per le indagini preliminari che applicarono la misura cautelare; quelli del Riesame che lo lasciarono in cella; i giudici del Tribunale che lo condannarono e della Corte d'appello che prima lo scagionarono e poi confermarono la pena; e i giudici supremi della Cassazione che misero il bollo di definitività sull'accusa. Tutti a disquisire, nelle varie motivazioni, sul reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Ad interpretarne l'applicabilità nel caso dell'ex capo della Squadra mobile di Palermo e a concludere che il reato si cuciva perfettamente addosso al poliziotto. Nessuno che si sia accorto o abbia sollevato la questione che due decenni dopo sarebbe stata rimproverata all'Italia dai giudici europei.

La convezione europea, con la firma di tutti i paesi che vi hanno aderito, recita all'articolo 7 che “nessuno può essere condannato per una azione o una omissione che, nel momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale”. Contrada è stato processato per episodi collocati tra il 1979 e il 1988, quando il reato di concorso esterno in associazione mafiosa “non era sufficientemente chiaro e prevedibile all'imputato”.

“Ciò che conta per la Corte europea è innanzitutto che, al momento del compimento della condotta - spiegava il legale di Contrada, l'avvocato Stefano Giordano nei giorni in cui presentava il ricorso che poi sarebbe stato accolto - un precetto penale accessibile e conoscibile, preciso e determinato esista e che il singolo abbia la capacità di orientare il proprio comportamento in funzione di questa norma”.

L'articolo 7 è un elemento essenziale dello stato di diritto sovranazionale. Lo dimostra il fatto che non sono previste deroghe “neanche in tempo di guerra o in caso di altro pericolo pubblico che minacci la vita della nazione”. La sua applicazione rappresenta “una protezione effettiva contro le azioni penali, le condanne e le sanzioni arbitrarie”. Ed ecco il cuore della questione Contrada. Salvo colpi di scena, che non dovrebbero arrivare dalla lettura della motivazione della Cassazione, il sistema giudiziario ha ricevuto uno schiaffo con la forza del diritto. Si condanna qualcuno per i reati che esistono e non per quelli ex post contestati in maniera retroattiva.

Astrazioni del diritto che non fanno breccia in una parte della magistratura italiana, tanto impegnata nella lotta alla mafia da distrarsi. Sempre secondo Caselli, d'altra parte, sia la Cassazione che la Cedu “ragionano in astratto, come in vitro, come se la mafia non esistesse”.

Leggendo le motivazioni delle varie sentenze che hanno riguardato Contrada emerge che il faro giurisprudenziale di tutti i giudici è stato individuato nella sentenza Demitry, dal nome di Giuseppe Demitry giudicato per concorso nell'associazione camorristica capeggiata da Carmine Alfieri e Pasquale Galasso. La sentenza, però, è del 5 ottobre 1994, sei anni dopo i fatti contestati a Contrada. È vero che del reato si era già occupata la Cassazione in altre sentenze tra il 1987 e il 1993, “tuttavia - hanno scritto i giudici europei - è solo nella sentenza Demitry, pronunciata dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione il 5 ottobre 1994, che quest'ultima ha fornito per la prima volta una elaborazione della materia controversa, esponendo gli orientamenti che negano e quelli che riconoscono l'esistenza del reato in questione e, nell’intento di porre fine ai conflitti giurisprudenziali in materia, ha finalmente ammesso in maniera esplicita l’esistenza del reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso nell’ordinamento giuridico interno”.

La sentenza Demitry è stata la bussola non solo dei pignoli giudici europei, ma pure di quelli italiani che hanno giudicato Contrada. “Particolarmente controversa è stata, poi, la questione relativa alla peculiare configurabilità del concorso eventuale o esterno nel reato associativo mafioso - scrivevano - che da ultimo ha trovato positiva soluzione in una recente sentenza emessa dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione (la Demitry, appunto) che, per la fonte autorevole da cui promana, la massima istanza regolatrice di legittimità, e per l’ampia panoramica giurisprudenziale in essa compendiata dei diversi indirizzi ermeneutici affermatisi nel tempo, non può non costituire necessario punto di riferimento in tale materia”. Peccato che risaliva al 1994. Se non fosse stata applicata in maniera retroattiva ci sarebbe stato un grappolo di giudici in meno.

Così come, con qualche “se” in meno, la giustizia italiana si sarebbe risparmiata una delle pagine peggiori della sua storia, che ha dato vita al grappolo dei grappoli. È un fatto numerico. Per la vicenda Contrada sono stati celebrati due processi (con relativi appelli e rinvii della Cassazione), mentre nel caso della strage di via D'Amelio, costata la vita a Paolo Borsellino e agli uomini di scorta, il numero dei processi definiti con sentenza irrevocabile sale a tre prima. Solo nel quarto sono state smascherate le bugie di Vincenzo Scarantino e soci. Dovendo inserire nell'elenco anche i giudici popolari, a conti fatti, più di cento persone hanno letto e riletto i verbali dei pentiti farlocchi, ascoltato in aula gli avvocati urlare che si stava alimentando un abbaglio collettivo, accettato la versione dei pubblici ministeri che a quelle bugie hanno dato la veste di pseudo prove processuali. E sono fioccati gli ergastoli, nove per la precisione. Alcuni anni fa, dopo decenni di carcere, gli imputati sono stati liberati. E dire che leggendo la sentenza del processo Ter, emessa dalla Corte d'assise allora presieduta da Carmelo Zuccaro, oggi procuratore di Catania, avrebbe dovuto suonare la sveglia. Il Ter è l'unico processo che si è salvato dalla mannaia avendo giudicato i boss della Cupola di Cosa nostra, i quali diedero il via libera alla strage. Nelle motivazioni di quella sentenza le dichiarazioni dei pentiti erano state bollate come spazzatura, altro che prove. Un “parto della fantasia”, le avevano definite i giudici, mettendo in guardia i colleghi. Niente, le condanne sono arrivate lo stesso.

Nel quarto processo, avviato con coraggio dai pubblici ministeri di Caltanissetta, alcuni dei promotori della stagione inquisitoria divenuta carta straccia, hanno consegnato ai verbali di udienza balbettii e imbarazzanti “non ricordo” che ora alimentano la traiettoria infinita dei sospetti. Le dichiarazioni rese in aula sono le uniche pronunciate da quei cento e più giudici - togati e popolari - del grappolo che ha indagato, giudicato e condannato degli innocenti. Fuori dal bunker nisseno silenzio assordante.

Fino al 25 maggio scorso, quando a Catania hanno preso la parola Concetta Ledda e Sabrina Gambino, sostituite procuratrici generali del processo per la revisione degli ergastoli ingiusti. "Quali rappresentanti dello Stato, ci sentiamo in dovere di chiedere scusa, nonostante - hanno detto - non siano nostre le responsabilità, per le condanne ingiuste inflitte nell'ambito del processo per la strage di Via D'Amelio". La Corte d'assise due giorni fa ne ha preso atto e ha assolto “per non avere commesso il fatto” undici imputati - compresi i pentiti delle menzogne - alcuni dei quali rimasti a lungo in cella con la prospettiva eterna del fine pena mai.

È la giustizia italiana e all'italiana che ne è uscita con le ossa rotte. Quella che grida alla lesa maestà quando qualcuno a Strasburgo ricorda che la certezza del diritto non è soggetta alle interpretazioni.

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Silvialaura



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MessaggioInviato: Mar Lug 18, 2017 10:41 pm    Oggetto: Rispondi citando

L'immensa fogna intorno alle indagini su Via D'Amelio non sarà mai sondata abbastanza, ma pare che si preferisca non parlarne proprio.

Come direbbe uno scrittore di scarsa attualità, lì sono finiti dentro "gente meccanica e di picciolo affare", quindi sostanzialmente chissenefrega.

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